Storia di Vezzolacca

In questa pagina vogliamo parlare della storia e delle origini di Vezzolacca. I testi riportati sono tutti tratti da articoli pubblicati sui Quaderni della Valtolla.

 

Circolo Culturale Valtolla

Di Fausto Ferrari

I Quaderni della Valtolla hanno visto la pubblicazione del primo numero nel 1999, ma la storia ha inizio nel 1993 con la nascita dell’Associazione Culturale Amici della Antica Chiesa di Sant’Andrea in Castelletto con l’obiettivo di restaurare l’Antica Chiesa.

Questo fatto, nel corso degli anni, ha permesso il contatto con altre associazioni come il Gruppo Archeologico Pandora della Valdarda e con persone sensibili alla storia, alle tradizioni e alla cultura della nostra valle.

Nel 1997, dopo una riunione del gruppo in Canonica a Vernasca, nacque l’idea di una pubblicazione che raccogliesse e rendesse fruibile a tutti i risultati delle ricerche storiche come quelle del sito dell’Abbazia di Tolla, dell’Antica Chiesa di Sant’Andrea di Castelletto, dell’Oratorio di Mignano etc., ma informasse anche sulle usanze e sugli aspetti “culturali” della gente della Val Tolla il cui nome pare derivi dall’etrusco ‘tular’ che significa confine (N. 7/2005).

Nacque quindi un gruppo di lavoro composto da Angelo Carzaniga, studioso e storico dell’Associazione Culturale Amici della Antica Chiesa di Sant’Andrea, Massimo Pallastrelli, storico e insegnante, Fausto Ferrari, ricercatore del Gruppo Archeologico Pandora e Arturo Croci, editore e Presidente dell’Associazione Culturale Amici della Antica Chiesa di Sant’Andrea.

In 14 anni sono stati pubblicati quasi 120 articoli, molti di questi hanno avuto per oggetto la storia di Chiese, monumenti e personaggi ad essi collegati; oltre all’Abbazia di Tolla  sono stati pubblicati scritti su Castell’Arquato, Vigoleno, Vernasca, Mignano, Mocomero, Niviano, Lugagnano, Settesorelle, Vezzolacca, Antognano, Vigolo Marchese, Morfasso, San Michele, Rusteghini, Monastero …

Oltre ad articoli storici, archeologici e religiosi i Quaderni hanno dato importanza anche agli aspetti semplici della vita e delle usanze della gente di montagna, come la storia di alcune famiglie, la storia del sale, del taglio dei boschi, delle miniere petrolifere di Veleja e Montechino, la produzione del miele e molti altri aspetti della civiltà contadina.

Queste sono storie vere che i Quaderni hanno portato alla luce, così come tanti altri usi e costumi, il significato di molti toponimi e tanti altri aspetti che altrimenti sarebbero stati dimenticati.

Conoscere la nostra storia ci aiuta a capire noi stessi, a rispettare la nostra Valle e tutta la gente del mondo, e facciamo nostro un motto sentito qualche anno fa, dalle nostre parti da un politico lungimirante:

“Solo chi conosce e rispetta il suo passato, può pensare di costruire un grande futuro”

 

Ai Quaderni della Valtolla è dedicato anche un blog che periodicamente riporta testi estratti dalle varie pubblicazioni. Cliccando qui troverete l’elenco dei Quaderni e i rispettivi indici.

Antica Giurisdizione autonoma di Valtolla
Antica Giurisdizione autonoma di Valtolla

Ma proseguiamo narrando la storia di Vezzolacca riportando un saggio scritto il 7 settembre 1996 e pubblicato dalla rivista “Quaderni della Valtolla” edizione 2008:

di Angelo Carzaniga

Gli amici di Vezzolacca mi hanno pregato di raccontare qualche pagina della vita di questo loro paese nei tempi che precorrono il limite dei ricordi più sbiaditi dei nonni: per questo, affidandomi ai più antichi tra i documenti che finora sono riuscito a trovare, tenterò di delineare approssimativamente la Vezzolacca di sei-settecento anni fa, e chiedo scusa a quanti tra i presenti di Vezzolacca non sono se talvolta non potranno seguire il filo del discorso.
A Vezzolacca non risulta che siano nati o abbiano abitato grandi condottieri, artisti o prelati, né che vi abbiano avuto luogo battaglie memorabili o trattati internazionali; per conseguenza, gli storici antichi o moderni non hanno avuto occasione di occuparsene, ed è inutile cercare notizie su questo paese nei loro volumi. Eppure, qui si sono succedute decine e decine di generazioni, tramandandosi le proprietà dei campicelli e delle abitazioni, creando cognomi e soprannomi e toponimi che sono ancora vivi ai giorni nostri, ed anche questo merita il nome di storia. Questa storia è raccontata, purtroppo con molte lacune ed in una moltitudine di piccoli frammenti, in documenti più umili e casalinghi come contratti di compravendita o d’affitto, testamenti e simili. In effetti, tutte le notizie che potrò raccontarvi provengono dall’archivio notarile di Piacenza, con qualche riferimento ai “compartiti” allegati agli Estimi farnesiani del 1577, tutti conservati presso l’Archivio di Stato di Piacenza.

Portiamoci dunque all’anno 1300.

In quell’anno papa Bonifacio VIII istituiva il Giubileo, infuriavano le lotte fra guelfi e ghibellini; Piacenza si reggeva come libero comune, ma si trovava in realtà sotto la signoria di Alberto Scoto. Passerà poi presto sotto quella di Galeazzo Visconti, poi alla Chiesa, poi di nuovo ai Visconti, attraverso complicatissime vicende. La Valle dell’Abbazia di Tolla -nei documenti dell’epoca è spesso chiamata semplicemente “Vallis Abbatiae”, Valle dell’Abbazia, ed i suoi abitanti “de Abbatia”, dell’Abbazia – costituiva una comunità dotata di una certa autonomia (consistente più che altro nel fatto che la valle pagava le tasse separatamente dai vicini) ma sottoposta al controllo del comune cittadino di Piacenza ed attraverso questo ai padroni di turno di quella città.
Il centro amministrativo e giuridico della comunità di valle era Sperongia, nel cui castello esisteva un Palazzo del Comune sotto il portico del quale si amministrava la giustizia per i casi ordinari. Ce lo attestano molti rogiti stilati sotto quel portico. Nel palazzo del Comune risiedeva, quando c’era, un Podestà della valle, nominato a quanto sembra dal Comune di Piacenza. In alcuni periodi durante il corso del secolo si trova però che la valle aveva il Podestà in comune con Castell’Arquato: “Potestas Castri Arquati cum Valle Ardae” podestà di Castell’Arquato con la Valdarda.

Il Monastero di Tolla aveva evidentemente già perduto il suo potere giurisdizionale sulla valle, pur conservando la limitata autorità che le istituzioni del tempo assegnavano a feudatari ed enti ecclesiastici nell’ambito delle loro proprietà terriere.
La Comunità di Val Tolla – più esattamente “Universitas Communium et hominum Vallis Tollae”-, Unione dei Comuni ed uomini della Valle di Tolla, era composta dai comuni di Sperongia, Morfasso, Monastero, Settesorelle, Vezzolacca, Lavernasco, Lugagnano e “delle Ville” (Commune Villarum) che comprendeva Castelletto, Vidalta, Macomeria e Favale.

Vi erano poi i comuni di Olza e Penna & Pedina, che nei rapporti con le autorità esterne erano accorpati (ma non sempre, tanto per complicarci le cose) rispettivamente con Morfasso e Sperongia. Quest’ultimo comune includeva anche S.Michele, fuori dalla Valle in Valchero, mentre Carignone, pure in Valchero, era suddiviso tra Monastero e Olza, sempre per quanto riguarda la giurisdizione temporale, quella ecclesiastica essendo diversa.
Ogni comune aveva a capo un Console, eletto dagli uomini del comune per uno o due anni, assistito da due consiglieri e da uno o due “sapienti”. Questi ultimi, di solito scelti tra i più anziani della comunità, davano un parere autorevole specialmente in materia di confini di proprietà, posizionamento di termini e simili. Tra gli obblighi ed i compiti della comunità vi era quello della manutenzione delle strade comuni, della chiesa e della canonica. Essendo rappresentati da un console, i comuni erano spesso chiamati anche col termine “consolato”.

Vezzolacca era dunque uno dei comuni o consolati dell’Università di Valle Tolla. Per prima cosa, sarà utile stabilirne i confini, tenendo presente che il territorio di ogni comune era determinato non solo da fattori topografici, ma anche dall’affinità delle famiglie che vi abitavano, affinità non nel senso di parentela, ma di comunità di interessi.
Va ricordato che inizialmente costituivano una comunità, o villaggio o vicinia o vicus come nel corso dei tempi venne di volta in volta chiamata, coloro che avevano diritto ad usufruire di determinate terre, boschi o pascoli comuni, e che ancora nel ‘300 si trova traccia di proprietà comunitarie sul monte tra Vezzolacca e Settesorelle.


LE ABITAZIONI

E’ sorprendente constatare che l’ubicazione dei nuclei abitati, per lo più chiamati col nome della famiglia che vi abitava, era pressoché identica a quella attuale o per lo meno di quaranta-cinquanta anni fa.

Le case però erano molto diverse, e sicuramente se avessimo una raffigurazione dell’abitato di Vezzolacca di quel tempo non lo riconosceremmo.
Non mancavano alcune case “muratae, soleratae, chiapatae, cum bora et furno”, cioè costruite in muratura, a più piani divisi da solai, coperte di ciappe, con cantina (bora), e forno, edificate dunque con le stesse tecniche, materiali e concetti di quelle vecchie case che ancora vediamo bene o male sopravvissute; le abitazioni della povera gente comune, la maggioranza, erano invece “graduzatae et paleatae et lignaminibus edificatae”, che significa costruite in legname, chiuse con graticci di rami intrecciati, e coperte di paglia. Alcune erano “partim muratae et partim graduzatae”, con qualche parete in muratura e qualche altra in graticcio. Ma non c’è nulla in tutto questo di cui gli abitanti di Vezzolacca si debbano vergognare: l’abitazione in legno e graticcio con tetto di paglia era comune in tutto il territorio piacentino, e non solo nel contado ma anche nei borghi come Castell’Arquato e nella stessa Piacenza. Per citare un solo esempio, con rogito del notaio Raimondo Stradella di Lugagnano nel 1348 Armano Gozzi di Lavernasco comprava in Castell’Arquato, Borgo del Sasso, una casa “cupata et graduzata in parte et in parte clausa de fraschis et lignaminibus hedificata”, costruita in legname, coperta di coppi, e chiusa in parte con graticci e in parte con frasche. In quella dimora abitavano gli eredi del fu Guglielmo Bariani che pagavano sette soldi l’anno d’affitto ed avevano la facoltà di riscattarla quando lo avessero voluto per la somma di Lire sette, una cifra ragguardevole.
Qui il tetto era in coppi, ma in tutta la Val Tolla il laterizio appare sconosciuto, e lo sarà fino a tutto il 1600 a quel che sembra. Le case “cupatae” arrivavano fino a Lugagnano e Vernasca, ma da lì in su non se ne trova più menzione, nemmeno nelle chiese. Muratura in sasso, tetti in ciappe, pavimenti in pietra locale o terra battuta sono la regola: ancora nel 1600 di parecchie chiese si trova scritto che “pavimentum non est stratum aliqua materia”, il pavimento non è lastricato con alcun tipo di materiale.


LA CHIESA

A proposito di chiese, a Vezzolacca esisteva, sicuramente da molto tempo, la chiesa di S.Alessandro.

Non ci sono descrizioni della chiesa di allora, purtroppo, ma risulta che era situata al Poggio esattamente come adesso, e che davanti aveva il cimitero. Il 26 agosto vi si celebrava la festa di S. Alessandro, alla quale doveva accorrere molta gente dal momento che vi si recavano anche i notai, che ci hanno lasciato parecchi rogiti stilati in anni diversi in data 26 Agosto “in Vezolacha, in quodam prato ubi festum S. Alexandri celebratur”, nel prato su cui si celebra la festa di S.Alessandro.
I fedeli di Vezzolacca però potevano andare alla Messa solo la Domenica e i giorni festivi, più una o due volte nel corso della settimana, perché Vezzolacca non aveva un rettore o parroco residente. Nel 1300, e fino verso il 1314, vi veniva a dire la Messa prete Jacob de Oddone, rettore di S. Michele di Settesorelle. Non si trattava di una situazione di emergenza.

Un rogito del 1343 di Gabriele Mussi, notaio del palazzo vescovile di Piacenza, ci racconta che prete Giovanni Ferrari, già rettore di Settesorelle, aveva presentato causa davanti a don Bernardo Catenacci, vicario di Rogerio vescovo di Piacenza, contro il comune e gli uomini di Vezzolacca per il fatto che, quando era rettore di Settesorelle, egli si recava tutte le domeniche e giorni festivi, più una o due volte durante la settimana, a celebrare la messa per gli uomini di Vezzolacca nella chiesa di S. Alessandro, ed inoltre vi veniva a confessare nei periodi opportuni.
In cambio il comune e gli uomini di Vezzolacca erano tenuti a dare a prete Giovanni Ferrari uno staio di spelta all’anno per ogni focolare, come del resto erano tenuti a fare quelli di Settesorelle. Questo perchè esisteva un’antica convenzione tra i comuni di Settesorelle e Vezzolacca che vi fosse un solo prete per le due chiese di S. Michele e di S. Alessandro e per le due comunità; che il prete residesse presso la chiesa di S.Michele a Settesorelle e prestasse i suoi servigi a Vezzolacca nel modo detto sopra, per il compenso sopra citato. Che lui prete Giovanni e tutti i suoi predecessori avevano osservato questo accordo per 10, 20, 30, 40 e più anni, per tanto tempo, in effetti, che non esisteva memoria del contrario, e che sempre gli uomini di Settesorelle e di Vezzolacca avevano corrisposto il compenso stabilito.

Ma negli ultimi due anni gli uomini di Vezzolacca si erano rifiutati di dare lo staio di spelta secondo gli accordi.
Pertanto prete Giovanni esigeva gli arretrati. La sentenza del vicario episcopale stabilì che nulla era dovuto a prete Giovanni Ferrari; purtroppo il rogito non riporta le motivazioni della sentenza e noi non possiamo conoscere le ragioni per cui gli uomini di Vezzolacca avevano disconosciuto gli accordi, nè se la situazione da allora sia cambiata. Fatto sta che finora non ho trovato traccia di rettori residenti a Vezzolacca fino al 1435, quando vi appare con tale titolo prete Antoniolo da Sala. Il che non esclude che vi siano stati rettori residenti anche anteriormente, ma salvo il reperimento di testimonianze in contrario ho l’impressione che la chiesa di S. Alessandro sia stata officiata dal rettore di Settesorelle per tutto il secolo XIV.
Questa controversia ci dice alcune cose e ci pone degli interrogativi. Ci dice in primo luogo che in quell’epoca le chiese di Vezzolacca e Settesorelle non erano soggette all’Abbazia di Tolla. Se lo fossero state, prete Giovanni Ferrari avrebbe dovuto sottoporre il suo caso all’abate Pietro Turchi. Secondo, che le due comunità avevano potere in materia di amministrazione ecclesiastica, scelta dei parroci e simili, il che appare per lo meno inconsueto negli ordinamenti del tempo, e richiama in certo modo le prerogative di giuspatronato riservate ai fondatori di chiese. E’ anche strano che nella questione non abbia avuto parola e non si menzioni l’arciprete di Castell’Arquato, al quale le due chiese erano soggette come sappiamo da altre fonti.Questo richiederebbe un’indagine più approfondita, probabilmente impossibile per mancanza di fonti, sul reale rapporto tra queste chiese e la pieve di Castell’Arquato.


GLI ABITANTI

 Vediamo infine chi viveva in quel secolo a Vezzolacca.

Fortunatamente le famiglie residenti hanno avuto abbastanza a che fare con i notai per permetterci di compilarne un elenco probabilmente completo.

  • L’onore della prima menzione va riservato a Matteo Leccacorvi figlio del fu Guglielmo, feudatario di metà delle terre della Cattedrale in Vezzolacca, sotto il portico della cui casa sono stati fatti molti rogiti e tenute assemblee della comunità. Matteo risulta già defunto nel 1365; gli succede il figlio Lorenzo, poi il nipote Luchino. Vicino abitava madonna Armelina Leccacorva, vedova, che faceva lavorare le sue terre da alcuni massari. Proprietari dell’altra metà erano Alberico e Bertone Leccacorvi, figli di Giacomo morto verso il 1350, e Zanone Leccacorvo. Tutti questi ultimi abitavano a Monte.
  • Secondi in importanza sembra fossero i Da Sala. Abitavano ovviamente alle Case da Sala, ma la famiglia, o meglio il gruppo di famiglie da Sala aveva terre e residenza anche nella Mezzacosta, in Valchiavenna, a Lovedasca di Rezzano e altrove. Nel 1322 viveva un Guido da Sala di Vezzolacca, notaio, del quale purtroppo ci è pervenuto il nome ma non gli atti. Nel 1399 Guglielmo da Sala di Vezzolacca dava denari in deposito (eufemismo usato dai notai per evitare la brutta parola di prestito ad interesse) in Piacenza. Ma la famiglia era sopratutto un vivaio di ecclesiastici. Un Giovanni da Sala era rettore di S.Geminiano di Mignano nel 1327; Stefano da Sala del fu Oberto rettore di S.Maria dei Moruzzi, pieve di Vigoleno, nel 1375; suo fratello Giovanni prebendario in S. Giorgio di Vigoleno. Un altro Giovanni era stato canonico in Vigoleno e fece testamento, che abbiamo, nel 1361. Nel 1390 un altro Stefano era rettore della chiesa dei S.S. Abdon e Sennen di Pellegrino; nel 1397 Giacomo da Sala rettore di S. Zenone di Lugagnano. Ancor più numerosi e di più alto grado saranno gli ecclesiastici da Sala nel secolo seguente. E infine nel 1397 Elena, figlia del fu Oberto da Sala di Vezzolacca, sposava Oberto del fu Giovanni Giberti di Pellegrino, di una famiglia imparentata nientemeno che con i marchesi Pellavicino di Pellegrino. Gli accenni a pro- prietà e parentele sparsi negli atti sembrano indicare che i da Sala fossero originari di una località detta appunto Sala di Carpanasio, nella zona di Rustigazzo. I da Sala non esistono più a Vezzolacca, ma oltre ad aver lasciato il nome alla località in cui risiedevano hanno lasciato anche una discendenza diretta.
  • Nella seconda metà del ‘500 viveva Pietro detto Peròn da Sala: i suoi figli e discendenti, chiamati “quelli di Peròn” per distinguerli da altri ceppi dei da Sala, sono gli antenati degli attuali Peroni. Bernardo da Sala detto Luco o Loco per aver sposato una Lochi di Rustigazzo, viveva nel 1515, e ha dato origine al casato dei Locchi; Giovanni dei Lochi detto Zaza o Zazera, attestato nel 1559, è stato poi il capostipite degli Zazzera.
  • Seguivano i Dal Prato, antenati dei Prati. Nel 1300 il gruppo principale di famiglie Dal Prato risiede ancora alla località “il Prato” di Ottesola, luogo d’origine, ma nei primi decenni del secolo un nucleo viene a stabilirsi su terre prese in enfiteusi in Macomero e poi a Vezzolacca alle Case dal Prato. La famiglia darà poi notai e giurisperiti nei secoli successivi, tra i quali uno Sforza dal Prato nel ‘500 trasferitosi a Milano, ma in particolare sacerdoti, tra i quali canonici in Castell’Arquato, Vigolo e Piacenza, e una vera dinastia di parroci di Vezzolacca e di Castelletto.
  • Un altro gruppo di famiglie di rilievo era quello dei De Nicolo o De Nicolis, gli odierni Niccoli. I de Nicolis erano presenti anche a Vernasca, Lugagnano, Castell’Arquato e Castelletto (Gerardo del fu Giovanni de Nicolo era console di Castelletto nel 1369) ed è impossibile stabilire quale sia la località d’ori- gine. Chiaramente hanno preso il cognome da un capostipite di nome Nicola. Anche questa famiglia ha dato due notai nel ‘300, dei quali non ci è pervenuto nulla, e molti ecclesiastici: Giovanni, prebendario nella pieve di Momeliano nel 1369; Giovanni rettore di S. Stefano di Montebissago nel 1368; un altro Giovanni rettore di S.Martino di Rugarlo nel 1343, poi rettore di S. Colombano di Vernasca nel 1353; Adelasio rettore di S. Geminiano di Mignano nel 1342.  I de Nicolis di Vezzolacca esercitavano, e continueranno ad esercitare per secoli, la professione di mugnai. Avevano due mulini con mole da macinare e follo per la lana situati sull’Arda all’Isola, e pagavano un canone all’Abate di Tolla per il diritto d’uso dell’acqua del fiume.
  • Famiglia composta di parecchi focolari era quella dei De Cruce o De la Cruce, ovviamente precursori dei Croci. Guglielmo de la Cruce da Vezzolacca faceva testamento nel 1348, lasciando tra l’altro un pezzo di terra in Variano al Monastero di Tolla. Lasciò un figlio di nome Giacomo, e suo fratello Giacomo fu padre di Giovanni. Nel 1327 un Rolando de la Cruce di Vezzolacca era rettore di S. Maria de Argine, pieve di Casteggio. Ricorrono spesso i nomi di Anrico e Gerardo de la Cruce come di persone relativamente facoltose. Ci illuminano sull’origine di questo cognome alcuni rogiti fatti “in Vezolacha super podio illorum de la Cruce, juxta crucem sitam in ipso podio”, in Vezzolacca sul poggio di quelli della Croce, presso la croce situata sul detto poggio. Altre famiglie de la Cruce esistevano in territorio di Morfasso, ma non si riscontrano rapporti di parentela, almeno in questo secolo, con quelle di Vezzolacca.
  • I De l’Aguda, o De l’Acuta, che molto più tardi diventeranno Agù, avevano terre anche in Mezzacosta e Rustigazzo, e un Guglielmino de l’Aguda de Vezolacha nel 1317 possedeva terreni fino a Fontanafredda. Guglielmo, morto intorno al 1360, soprannominato furnarius, acquistava parecchi terreni in Valchiavenna e Valchero. Sull’origine del nome, che sembrerebbe derivare da una località, non è possibile pronunciarsi. Da Alessandro Aguda del fu Stevanino, detto il mutto perchè muto era, vivente nel 1570, hanno avuto origine i Mutti.
  • Molto ramificata era la famiglia degli Armalunghi. La sede originaria era Vidalta, ma famiglie del ceppo nel ‘300 vivevano, oltre che a Vezzolacca, anche a Mignano, Monte, Lugagnano, Prato Ottesola. Doveva trattarsi di una famiglia antica con un passato forse ragguardevole, perché un ramo degli Armalunghi, nel 1300 già radicato in Lugagnano e Castell’Arquato dove il cognome è per lo più registrato nelle varianti Amalunghi o Amelunghi, aveva tra i suoi membri notai, medici, canonici. Fra gli Armalunghi di Vezzolacca citati nel XIV secolo figurano Uberto, Zanino, Giovanni, Gerardo, Alberto, Salvo, nomi che si ripeteranno per secoli nella famiglia. Il cognome Armalunghi è durato in Vezzolacca fino al XVII secolo, per poi gradualmente sparire soppiantato da quello di Casano o Cassano, che si ritrova già nel ‘300 ad indicare alcune famiglie di Vidalta. Nella forma Amelonghi il cognome sopravvive ancora nel piacentino. Vale la pena di ricordare che da Bernardo Armalungo Casano detto il bravo, che intorno al 1570 abitava al “Poggio di Costa”, questa località ha preso il nome di Bravi.
  • Abitavano nel ‘300 in Vezzolacca anche i De Preda o Del Perdono, che traevano il nome da una località detta “la preda” o “il perdono” (la pietra, il pietrone), la quale nei compartiti del 1577 appare posta tra “il costantino” e “il bosco de la fornasa”. Scomparsi oggi da Vezzolacca, i Perdoni sono ancora numerosi nei dintorni, ma non sarebbe prudente far discendere tutti i Perdoni da quelli di Vezzolacca perché di prede e perdoni che potessero dare origine ad un identico cognome tutta la montagna era ed è particolarmente ricca.
  • I Ferrari abitavano in Vezzolacca al Poggio vicino alla chiesa, ma la loro residenza principale e la maggior parte dei loro terreni era in Mezzacosta, e principalmente su un poggio proprio a cavallo della dorsale di Costa d’Asino, che allora si chiamava Case dei Ferrari ed oggi credo si chiami Poggio Forlani. Il cognome Ferrari, derivante dalla professione di fabbro ferraio, era estremamente diffuso in tutto il piacentino: famiglie Ferrari esistevano in ogni paese, il che rende impossibile seguirne le tracce distinguendo con certezza i Ferrari di Vezzolacca da quelli di altri paesi.

Altre famiglie attualmente scomparse da Vezzolacca ma che vi sono durate per secoli; erano:

  • I Cavallo, presenti anche a Lavernasco, il cui nome è rimasto al Rio dei Cavalli. Albertone Cavallo era console di Vezzolacca nel 1318. Nel 1428 un Petrus de la Tuscha dictus Cavallus de Vezolacha potrebbe forse indicare che la famiglia in origine provenisse da Tosca in Valmozzola, ma poiché l’indicazione compare solamente in data così tarda è più probabile che questo Pietro fosse solo un immigrato da Tosca inseritosi nella famiglia Cavalli per via di matrimonio.
  • I Greghi o Greci, poi passati a vivere in territorio di Sperongia, ai Greghi appunto.
  • I Pellaza o Pelazzi, ancora ricordati a Vezzolacca dove vivevano fino al secolo scorso.
  • I Pelarani, i Masanti, i Giacomi, i De la Villa (un Villa di Vezzolacca fu rettore di Castelletto nel ‘500).
  • I Della Libia, che abitavano alla libia citata in Mezzacosta, chiamati anche Ricardi.
  • I Carpaldi o Carpadi (corruzione dialettale del cognome Garibaldi) originari di Ruina di Metti, scomparsi da Vezzolacca nel 1700, ma il cui nome ancora rimane come soprannome, e infine
  • I Ruspator (uno Stefano Ruspator di Vezzolacca era rettore di Fragnano in Valtidone nel 1345, ma già nel 1319 risultavano trasferiti in quella località Ricardo e Giacomo Ruspator)
  • I Margari o Malgari, forse equivalente a Melegari, più comune in altre località.

Tutte le famiglie di quest’ultimo gruppo compaiono più o meno frequentemente anche nei documenti dei successivi uno-due secoli, prima di scomparire per estinzione o emigrazione. Enigmatico invece è il caso dei De Schianchinis e dei De Clustelo o De Clustelis. Bartolameo Clustelo, che aveva casa al “Clausum de Clustelis”, il chioso (ciòs, in dialetto) dei Clusteli, e la famiglia de Schianchinis figurano come affittuari dell’Abbazia nel secolo XIV, ma questi due cognomi scompaiono completamente e definitivamente a partire gia dal XV. Eppure è immediata la sensazione che i soprannomi “Chistoeu” e “S’ciancheta” che ancora oggi sono in uso a designare alcune famiglie di Vezzolacca discendano per vie sotterranee proprio da quei nomi.

Questo è l’elenco di tutte le famiglie che nei documenti che finora ho potuto vedere sono citate come esistenti sul territorio di Vezzolacca.
Non si può omettere di osservare che i nomi stessi di parecchie famiglie indicano che esse provenivano da altrove, e che i rapporti in particolare con la Valchiavenna e la zona di Metti erano assai stretti.

Inoltre, ognuna di queste famiglie teneva in affitto, più esattamente in enfiteusi, gran parte delle sue “pezze di terra” pro indiviso con altre due tre o quattro famiglie, anche fuori dalla Valtolla in alcuni casi. Indizio forse di originaria parentela o comunità su un territorio più vasto? Solo il ritrovamento di documenti più antichi potrà dare una risposta.

Qualcuno avrà notato che in questo elenco mancano alcuni cognomi “fondamentali” per la Vezzolacca dei nostri giorni. Per evitare perplessità e malumori aggiungo brevemente che:

  • I Boiardi nel ‘300 abitavano ad Oneto. Giungeranno a Vezzolacca nel ‘400.
  • Ambrogio Carmaiari di Metti, detto del Solaro per aver sposato una figlia di Oliveto del Solaro di Rustigazzo, verrà a Vezzolacca ad esercitare la professione di fabbro agli inizi del ‘500. Dai suoi figli Pasquino e Giovan Francesco discenderà la dinastia di tutti i Solari di Vezzolacca.
  • Perino delli Zan, di professione marangono, si trasferirà a Vezzolacca verso il 1530 pure da Metti, e pure da Metti verranno nello stesso periodo i Raffi, e nel ‘600 i Raj o Ralli.
  • I Conti arriveranno nel 1700 da Castelletto, dove erano giunti tre secoli prima da Pozzolo via Macomero.

Sarebbe bello parlare anche delle assemblee di comunità, delle quali per il ‘300 sono rimasti pochi ma interessanti rogiti dall’inizio solenne: “Convocata et congregata universitate communis et hominum de Vezolacha …”, ma occorrerebbe troppo tempo.

Se posso permettermi una riflessione personale, meditando su queste carte del ‘300 trovo che, a parte l’incrostazione degli ultimi cinquant’anni – i tetti delle case in tegole, la strada asfaltata, le automobili, i trattori, la televisione – Vezzolacca, i suoi cognomi e la sua gente non sono in fondo molto cambiati.

 

Ultima revisione: 24.07.2017

 

Una risposta a “Storia di Vezzolacca”

  1. Molto interessante, la ricerca delle origini del cognome ,ha dato più frutti qui che in tutte le ricerche precedenti, grazie.

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